FRANCESCO MANNA(pittore, poeta, scrittore) e LA RIVISTA DI POESIA "INVERSO"
22 Luglio 2018
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Storia di "Inverso"
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Piccola storia della rivista "Inverso"


Da "Prefazioni" al numero 15 del decennale di "Inverso".


Francesco Manna



Piccola storia della rivista


Era la fine dell´estate del ´96, quando in una pausa di riflessione, dopo un periodo contrassegnato dalle nostre esperienze nel P.I.P (pronto intervento poetico, un insieme di artisti e poeti che "intervenivano" sui temi che l´attualità poneva anche all´arte e alla poesia) ci eravamo ritrovati, noi quattro, un po´ spaesati in un locale messicano, il Puerto escondido, un posto dove attraccare la propria imbarcazione dopo un lungo periodo passato in mare, e ci domandammo "e adesso?".
Il problema nel P.I.P era stato spesso quello di dire che l´organizzazione doveva cominciare ad essere la priorità, dopo vari anni in cui poeti e artisti avevano lavorato insieme, alcune volte anche piuttosto bene; ma c´era sempre chi affermava che organizzarsi significava imbrigliare la creatività, salvo poi arrabbiarsi quando nelle nostre iniziative i microfoni non c´erano o non funzionavano.
Ad un certo punto quella sera qualcuno di noi disse che una rivista di poesia poteva essere il conseguente approdo del gruppo e delle esperienze condivise. L´idea sembrava buona, anche se già sapevamo che sarebbe stato un bell´impegno e il dover affrontare una serie di difficoltà oggettive, ma eravamo pronti a fare il salto. Quale nome dunque dare a questa nuova rivista?
Non c´era bisogno di sforzarsi tanto, un nome già c´era stato agli inizi degli Anni ottanta, e tra l´altro non male, Inverso, una serie di fogli più o meno fotocopiati che avevano "invaso" la nostra città e facevano bella mostra alla libreria Feltrinelli. Ricordo che avevo comprato un paio di numeri di quella rivista, ma non mi ero azzardato ad inviare i miei lavori, perché allora pensavo che la mia poesia fosse solo un atto privato, uno sfogo e non valesse la pena di mettermi in gioco, anche se erano già molti anni che scrivevo. Poi sparì improvvisamente e non si seppe più nulla della rivista, ma qualche anno dopo arrivò Beppe, che a quel tempo vedevo ancora come il professor Mosconi, ad una mia performance di poesia e musica, voce e sax più mostra di quadri "I volti del jazz", alla libreria Calusca (punto di riferimento del P.I.P, dopo l´esperienza del locale "Intimo" dell´indimenticato artista e amico Petrucci, e anche sede dove fu presentato il numero 0 di Inverso nuova serie) allora ci scambiammo i nostri libri e cominciò una collaborazione che ci ha portato fino ad oggi.
Il gioco era fatto, un impegno preso, lavorare con un "comitato" di redazione ristretto, per ovvi motivi d´organizzazione, in una gestione collettiva della testata.
Il primo numero era naturalmente fatto solo delle nostre poesie, un po´ povero per la verità, sia nel contenuto, sia nella grafica, ma il suo compito era quello di agganciare autori e lettori per partire su una nuova nave per un viaggio che allora non sapevamo potesse portarci fin qua.
Dieci anni sono passati dopo il "delirio" mai veramente iniziato o durato pochissimo (fino al numero 1) della mancanza di una cosiddetta linea editoriale poetica e che ci chiarimmo subito: il criterio che ci avrebbe mosso era di non attuare una scelta di campo per l´avanguardia o la tradizione, ma quello della qualità (naturalmente per come la intendiamo noi) e dell´offrire a voci che hanno qualcosa da dire e altrimenti perse un´opportunità per farsi sentire. La nostra rivista negli anni è cresciuta moltissimo; ha pubblicato più di 120 autori, per la maggior parte nuovi o nuovissimi; è presente in internet con una sua casella e-mail, un blog, un sito, e in alcuni link di riviste italiane e straniere con cui siamo in contatto. Abbiamo ancora varie difficoltà economiche, che potrebbero essere risolte se accettassimo la pubblicità o sponsor vari, o solo dicessimo agli autori che per pubblicare sulla rivista devono pagare un contributo spese (come fanno quasi tutti oggi in Italia), ma preferiamo andare in pari, con tirature magari modeste, non riuscendo a guadagnarci niente economicamente, continuando nella scommessa, lavorando con entusiasmo esclusivamente in favore della poesia.
Il nostro discorso, in ogni caso, continua e di ciò non possiamo che essere soddisfatti, anche se c´è ancora molto da fare per migliorarci.


Beppe Mosconi


Le parole dai cassetti


Quando tiravamo fuori le parole dai cassetti, attorno al tavolo in polvere ed ombra, erano gesti mai visti, mai saputi, e nessuno avrebbe sospettato. E invece era scendere di nuovo in strada, con gli stessi movimenti scomposti ed esterrefatti, con la stessa voglia di stupire e disturbare. E quel canto sporco e rotto non sarebbe mai finito, perché era sempre la prima volta. Così si è visto che non eravamo pochi, che le parole spuntavano e si incrociavano sui tavoli, come sui ciottoli, o sotto gli archi, la sera. Ci potevamo stare davvero, essere, nonostante il frenetico movimento dei tacchi, gli occhi assenti, le borse piene, i neon dei magazzini, i cappelli di paglia, i polsini... cadevano pietre, o foglie secche, ma nei tramonti la città saliva, anche se pochi se ne accorgevano. Poi il tempo che passa, gli anni tolgono la voglia; i gesti si ripetono, e poi tacciono, i volti non si vedono, qualcuno cinge corone, come fosse finito il tempo di provare. Perché allora non un foglio, un nome come per la prima volta, un nuovo incontro, tentativi. Forzare i limiti senza restare soli, incontrando continuare ad incontrare, nelle parole di ognuno trovando un suono, un volto, una strada, degni d´ascolto. Oppure no, ma questo spazio è nostro. Poi gli anni, dieci lunghi anni, sapendo che il tempo comunque passava, anche se non eravamo sulla cima degli alberi, al mattino. Nuovi segnali, parole incontrate ad ogni uscita. Eppure una goccia in un mare di rumori, e non era quella di prima, dentro un riflesso nuovo, visto appena. Adesso, dopo 10 anni, possiamo guardare tutte queste voci, messe insieme per stupore, messe in giro, senza regole, senza pretese, ma non a caso; senza nessun altro fine che farle ascoltare, perché ci sia una possibilità in più, un´emozione inaspettata, un gesto imprevisto, una sottile incrinatura. Così a ogni numero un piccolo viaggio, una corda tagliata, un campo di erbe varie, e un po´ d´aria sottile. Una volta si è pensato: un piccolo scrigno. Ma ora che tanti, mai visti, scrivono, mandano pezzi, che si viaggia in un secondo via mail, che i numeri escono regolari, due volte l´anno, che si fanno sempre le presentazioni, dichiarandole sempre diverse, il pericolo della ritualità, del ripetersi, della coazione, magari travestita da maggiore professionalità; anche della stanchezza. Perché anche la poesia si consuma, come tutto il resto, o serve da piedestallo, da specchio, da scambio o da calda tana. Ma si può restare con i piedi dentro i versi, senza distrazioni o rappresentazioni sacre, lasciare l´onda andare alla deriva, fermarsi dove cambia la corrente, capire dove un giorno è nato dentro un altro, restare nello scambio. Allora questo tempo è passato molto in fretta, e molto ne deve ancora passare.



Roberto Segala Negrini



Il mio quarto di editoriale


Dopo tutti questi anni che sto ben dentro ad Inverso posso dire tutte le brutte cose che non mi vanno di questo tipo di Inverso; che sono:
Che si fa fatica a farlo, siccome andavamo spesso in rosso e ci vedevamo spesso con in mano dei soldi da metterci e non da prendere e portarci via. Ma ciò in quanto siamo ancora tutti mezzi scemi a non volere la pubblicità e gli sponsor. E non c´entra niente, ma c´è anche il fatto che non siamo una rivista che fa la critica, siamo come una vetrina di un negozio dell´Unicef o del mercato equosolidale, dove chi vuole ci mettiamo il prodotto fatto con le nostre mani; siamo anche come un´expo e non mettiamo praticamente quasi mai il becco (o il naso) nelle cose degli altri, tranne quando la merce non la mettiamo in vetrina, che è un tacito gesto forse di dissenso o di dubbio o è perché malauguratamente ce la siamo dimenticata o la teniamo in custodia per un prossimo numero. Non mi piace davvero sorreggere gli errori degli altri e neanche i miei e allora questa rivista poetica invece dovrebbe ficcare il naso (o il becco) negli affari espressivi altrui e anche nei miei e però non lo fa credendo di fare un piacere a qualcuno e anche a me: ma è sbagliato, perché dovrebbe selezionare di più e infine autocensurarsi, se serve; e anche, anzi, non pubblicare quasi niente! Oserei dire e affermare che essa dovrebbe avere il coraggio di essere la prima rivista poetica completamente in bianco!! Vorrei quanto meno che fosse d´élite, che ascoltasse solamente le due-tre voci maggiori al mondo, al massimo, per numero: così acquisterebbe in qualità (pur perdendo qualcosina in quantità)!
A me di questa non piacerebbe neanche il prezzo di copertina (che fra l´altro infilerei più indietro in mezzo alle pagine), infatti si potrebbe pagarla molto di più o molto di meno, a seconda; ma quella precisa cifra mi fa venire il girocollo e secondo me non va bene e è ingiusta e errata. E poi preferirei che uscisse come la Gazzetta dello sport, tuttavia non esageriamo: anche ogni quattro-sei mesi mi ha stancato!
Quanto alla diffusione, sarei un timido, un introverso e un raccolto in me stesso e quindi mi dà un po´ fastidio e mi imbarazza abbastanza che se ne esca quaggiù in città e si venga a saperlo e venga messa da Feltrinelli, quando e laddove sarebbe meglio che stesse più nell´ombra, in un angolo o cantuccio, a casa di uno. E sempre per il carattere che mi ritrovo, odierei le presentazioni dei nuovi numeri, di qua e di là, a volte sul tardi, con qualunque tempo (p.e. con la neve), il traffico paralizzato, talvolta con le scale da fare (raramente da pulire), incontri troppo oceanici, la probabilmente troppo eccessiva invadenza giovanile, col suo pesantissimo fardello di speranze...
Non sopporto più, tra l´altro, di non avere un´identità precisa, come rivista (e non solo): ma comunque, di che genere è? qualcuno me lo sa dire?! Che tendenza ha? (è trendly?) qualcuno, per piacere, mi risponde, su questo punto?! Quale scuola di pensiero frequenta?! Non ho ancora capito chi e cosa pubblichiamo! E il non aver da rendere conto a nessuno alla lunga mi spiazza, mi sento sempre più in balia degli eventi, avverto e percepisco un vuoto preoccupante di potere, mi manca un padre-padrone (ladrone), desidererei che qualcuno, anche qualcuno dei presenti, mi desse un minimo di certezze: un laccino, un guinzaglietto, una catenella...
Oltre a questo, non me l´aspettavo, dieci anni fa, di andare in internet, io che detestavo il cellulare, se non altro perché i primi esemplari facevano molto status symbol (ed erano anche tanto grossi!) o per una finta questione di libertà individuale e indipendenza. Ma adesso ci siamo dentro e non saprei come fare: non siamo cambiati noi, è il mondo che è cambiato! Mi chiedo, inoltre, perché dovrei continuare a pubblicare tutte le volte anch´io qualcosa di mio e non fare al contrario il redattore puro, come gli effettivi editori puri che c´erano una volta: è perché sono un poeta tra i poeti (e per fortuna ci sono anche le poetesse!); e, se avete preso nota, nonostante l´evidente narcisismo della persona, da un po´ mi metto anch´io in ordine alfabetico e niente più; cosa dovrei fare? a me mi piace così, mettermi in mostra, approfittarne, usare la mia doppia veste: l´importante è non fare del male a qualcuno!
Anticipo subito che la qualità dei testi di Inverso non può che migliorare, nel corso del XXI secolo e il lento processo è già in atto (o in corso): prevedo per ora altri dieci anni di regolari, costanti, indiscussi miglioramenti.
Tornando alle mie lamentele: c´è dell´altro che non mi va, di Inverso? Mi dà sui nervi, per citarne una, che noi quattro della redazione siamo proprio tutti e quattro dei maschi (una spiacevole coincidenza); e che siamo così diversi tra noi eppure non litighiamo quasi mai: è stressante, ci credo! convivere per dieci anni (un intero decennio) con altri tre galletti senza mai darsi una buona volta una sonora beccata sul muso e essere così distanti come poeti e non trovare mai niente da ridire e tutto da ridere: come si fa, mi chiedo, a non calpestarsi a vicenda così tanto, a non sfregiarsi, a non sfigurarsi nemmeno un cincin? E la nostra soggettiva e totale idiozia? E la nostra completa e spontanea incapacità?! Io me lo chiedo da un decennio (scadenza: dicembre 2006) e non ho ancora trovato una risposta.
Riandando, infine, per l´ultima volta, al mio carattere (lo voglio ricordare: piuttosto schivo), mi fa circa schifo, mi sta ormai diventando insopportabile che ci scrivano da Tuttitalia, mandandoci case (volevo dire: cose), io che da bambino sognavo di potermene restare nella mia piccola padova a scribacchiare in pace con gli amici e al massimo farmi accettare nel delta del Po (mi sarebbe piaciuto anche l´Oltrepò pavese, come immagine!).
Questo, sinceramente, è quello che ho pensato, l´espressione del mio pensiero, per così dire, nell´anno delle celebrazioni inversiane.







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