FRANCESCO MANNA(pittore, poeta, scrittore) e LA RIVISTA DI POESIA "INVERSO"
24 Luglio 2017
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Storia di "Inverso"
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Piccola storia della rivista "Inverso"


Da "Prefazioni" al numero 15 del decennale di "Inverso".


Francesco Manna



Piccola storia della rivista


Era la fine dell´estate del ´96, quando in una pausa di riflessione, dopo un periodo contrassegnato dalle nostre esperienze nel P.I.P (pronto intervento poetico, un insieme di artisti e poeti che "intervenivano" sui temi che l´attualit poneva anche all´arte e alla poesia) ci eravamo ritrovati, noi quattro, un po´ spaesati in un locale messicano, il Puerto escondido, un posto dove attraccare la propria imbarcazione dopo un lungo periodo passato in mare, e ci domandammo "e adesso?".
Il problema nel P.I.P era stato spesso quello di dire che l´organizzazione doveva cominciare ad essere la priorit, dopo vari anni in cui poeti e artisti avevano lavorato insieme, alcune volte anche piuttosto bene; ma c´era sempre chi affermava che organizzarsi significava imbrigliare la creativit, salvo poi arrabbiarsi quando nelle nostre iniziative i microfoni non c´erano o non funzionavano.
Ad un certo punto quella sera qualcuno di noi disse che una rivista di poesia poteva essere il conseguente approdo del gruppo e delle esperienze condivise. L´idea sembrava buona, anche se gi sapevamo che sarebbe stato un bell´impegno e il dover affrontare una serie di difficolt oggettive, ma eravamo pronti a fare il salto. Quale nome dunque dare a questa nuova rivista?
Non c´era bisogno di sforzarsi tanto, un nome gi c´era stato agli inizi degli Anni ottanta, e tra l´altro non male, Inverso, una serie di fogli pi o meno fotocopiati che avevano "invaso" la nostra citt e facevano bella mostra alla libreria Feltrinelli. Ricordo che avevo comprato un paio di numeri di quella rivista, ma non mi ero azzardato ad inviare i miei lavori, perch allora pensavo che la mia poesia fosse solo un atto privato, uno sfogo e non valesse la pena di mettermi in gioco, anche se erano gi molti anni che scrivevo. Poi spar improvvisamente e non si seppe pi nulla della rivista, ma qualche anno dopo arriv Beppe, che a quel tempo vedevo ancora come il professor Mosconi, ad una mia performance di poesia e musica, voce e sax pi mostra di quadri "I volti del jazz", alla libreria Calusca (punto di riferimento del P.I.P, dopo l´esperienza del locale "Intimo" dell´indimenticato artista e amico Petrucci, e anche sede dove fu presentato il numero 0 di Inverso nuova serie) allora ci scambiammo i nostri libri e cominci una collaborazione che ci ha portato fino ad oggi.
Il gioco era fatto, un impegno preso, lavorare con un "comitato" di redazione ristretto, per ovvi motivi d´organizzazione, in una gestione collettiva della testata.
Il primo numero era naturalmente fatto solo delle nostre poesie, un po´ povero per la verit, sia nel contenuto, sia nella grafica, ma il suo compito era quello di agganciare autori e lettori per partire su una nuova nave per un viaggio che allora non sapevamo potesse portarci fin qua.
Dieci anni sono passati dopo il "delirio" mai veramente iniziato o durato pochissimo (fino al numero 1) della mancanza di una cosiddetta linea editoriale poetica e che ci chiarimmo subito: il criterio che ci avrebbe mosso era di non attuare una scelta di campo per l´avanguardia o la tradizione, ma quello della qualit (naturalmente per come la intendiamo noi) e dell´offrire a voci che hanno qualcosa da dire e altrimenti perse un´opportunit per farsi sentire. La nostra rivista negli anni cresciuta moltissimo; ha pubblicato pi di 120 autori, per la maggior parte nuovi o nuovissimi; presente in internet con una sua casella e-mail, un blog, un sito, e in alcuni link di riviste italiane e straniere con cui siamo in contatto. Abbiamo ancora varie difficolt economiche, che potrebbero essere risolte se accettassimo la pubblicit o sponsor vari, o solo dicessimo agli autori che per pubblicare sulla rivista devono pagare un contributo spese (come fanno quasi tutti oggi in Italia), ma preferiamo andare in pari, con tirature magari modeste, non riuscendo a guadagnarci niente economicamente, continuando nella scommessa, lavorando con entusiasmo esclusivamente in favore della poesia.
Il nostro discorso, in ogni caso, continua e di ci non possiamo che essere soddisfatti, anche se c´ ancora molto da fare per migliorarci.


Beppe Mosconi


Le parole dai cassetti


Quando tiravamo fuori le parole dai cassetti, attorno al tavolo in polvere ed ombra, erano gesti mai visti, mai saputi, e nessuno avrebbe sospettato. E invece era scendere di nuovo in strada, con gli stessi movimenti scomposti ed esterrefatti, con la stessa voglia di stupire e disturbare. E quel canto sporco e rotto non sarebbe mai finito, perch era sempre la prima volta. Cos si visto che non eravamo pochi, che le parole spuntavano e si incrociavano sui tavoli, come sui ciottoli, o sotto gli archi, la sera. Ci potevamo stare davvero, essere, nonostante il frenetico movimento dei tacchi, gli occhi assenti, le borse piene, i neon dei magazzini, i cappelli di paglia, i polsini... cadevano pietre, o foglie secche, ma nei tramonti la citt saliva, anche se pochi se ne accorgevano. Poi il tempo che passa, gli anni tolgono la voglia; i gesti si ripetono, e poi tacciono, i volti non si vedono, qualcuno cinge corone, come fosse finito il tempo di provare. Perch allora non un foglio, un nome come per la prima volta, un nuovo incontro, tentativi. Forzare i limiti senza restare soli, incontrando continuare ad incontrare, nelle parole di ognuno trovando un suono, un volto, una strada, degni d´ascolto. Oppure no, ma questo spazio nostro. Poi gli anni, dieci lunghi anni, sapendo che il tempo comunque passava, anche se non eravamo sulla cima degli alberi, al mattino. Nuovi segnali, parole incontrate ad ogni uscita. Eppure una goccia in un mare di rumori, e non era quella di prima, dentro un riflesso nuovo, visto appena. Adesso, dopo 10 anni, possiamo guardare tutte queste voci, messe insieme per stupore, messe in giro, senza regole, senza pretese, ma non a caso; senza nessun altro fine che farle ascoltare, perch ci sia una possibilit in pi, un´emozione inaspettata, un gesto imprevisto, una sottile incrinatura. Cos a ogni numero un piccolo viaggio, una corda tagliata, un campo di erbe varie, e un po´ d´aria sottile. Una volta si pensato: un piccolo scrigno. Ma ora che tanti, mai visti, scrivono, mandano pezzi, che si viaggia in un secondo via mail, che i numeri escono regolari, due volte l´anno, che si fanno sempre le presentazioni, dichiarandole sempre diverse, il pericolo della ritualit, del ripetersi, della coazione, magari travestita da maggiore professionalit; anche della stanchezza. Perch anche la poesia si consuma, come tutto il resto, o serve da piedestallo, da specchio, da scambio o da calda tana. Ma si pu restare con i piedi dentro i versi, senza distrazioni o rappresentazioni sacre, lasciare l´onda andare alla deriva, fermarsi dove cambia la corrente, capire dove un giorno nato dentro un altro, restare nello scambio. Allora questo tempo passato molto in fretta, e molto ne deve ancora passare.



Roberto Segala Negrini



Il mio quarto di editoriale


Dopo tutti questi anni che sto ben dentro ad Inverso posso dire tutte le brutte cose che non mi vanno di questo tipo di Inverso; che sono:
Che si fa fatica a farlo, siccome andavamo spesso in rosso e ci vedevamo spesso con in mano dei soldi da metterci e non da prendere e portarci via. Ma ci in quanto siamo ancora tutti mezzi scemi a non volere la pubblicit e gli sponsor. E non c´entra niente, ma c´ anche il fatto che non siamo una rivista che fa la critica, siamo come una vetrina di un negozio dell´Unicef o del mercato equosolidale, dove chi vuole ci mettiamo il prodotto fatto con le nostre mani; siamo anche come un´expo e non mettiamo praticamente quasi mai il becco (o il naso) nelle cose degli altri, tranne quando la merce non la mettiamo in vetrina, che un tacito gesto forse di dissenso o di dubbio o perch malauguratamente ce la siamo dimenticata o la teniamo in custodia per un prossimo numero. Non mi piace davvero sorreggere gli errori degli altri e neanche i miei e allora questa rivista poetica invece dovrebbe ficcare il naso (o il becco) negli affari espressivi altrui e anche nei miei e per non lo fa credendo di fare un piacere a qualcuno e anche a me: ma sbagliato, perch dovrebbe selezionare di pi e infine autocensurarsi, se serve; e anche, anzi, non pubblicare quasi niente! Oserei dire e affermare che essa dovrebbe avere il coraggio di essere la prima rivista poetica completamente in bianco!! Vorrei quanto meno che fosse d´lite, che ascoltasse solamente le due-tre voci maggiori al mondo, al massimo, per numero: cos acquisterebbe in qualit (pur perdendo qualcosina in quantit)!
A me di questa non piacerebbe neanche il prezzo di copertina (che fra l´altro infilerei pi indietro in mezzo alle pagine), infatti si potrebbe pagarla molto di pi o molto di meno, a seconda; ma quella precisa cifra mi fa venire il girocollo e secondo me non va bene e ingiusta e errata. E poi preferirei che uscisse come la Gazzetta dello sport, tuttavia non esageriamo: anche ogni quattro-sei mesi mi ha stancato!
Quanto alla diffusione, sarei un timido, un introverso e un raccolto in me stesso e quindi mi d un po´ fastidio e mi imbarazza abbastanza che se ne esca quaggi in citt e si venga a saperlo e venga messa da Feltrinelli, quando e laddove sarebbe meglio che stesse pi nell´ombra, in un angolo o cantuccio, a casa di uno. E sempre per il carattere che mi ritrovo, odierei le presentazioni dei nuovi numeri, di qua e di l, a volte sul tardi, con qualunque tempo (p.e. con la neve), il traffico paralizzato, talvolta con le scale da fare (raramente da pulire), incontri troppo oceanici, la probabilmente troppo eccessiva invadenza giovanile, col suo pesantissimo fardello di speranze...
Non sopporto pi, tra l´altro, di non avere un´identit precisa, come rivista (e non solo): ma comunque, di che genere ? qualcuno me lo sa dire?! Che tendenza ha? ( trendly?) qualcuno, per piacere, mi risponde, su questo punto?! Quale scuola di pensiero frequenta?! Non ho ancora capito chi e cosa pubblichiamo! E il non aver da rendere conto a nessuno alla lunga mi spiazza, mi sento sempre pi in balia degli eventi, avverto e percepisco un vuoto preoccupante di potere, mi manca un padre-padrone (ladrone), desidererei che qualcuno, anche qualcuno dei presenti, mi desse un minimo di certezze: un laccino, un guinzaglietto, una catenella...
Oltre a questo, non me l´aspettavo, dieci anni fa, di andare in internet, io che detestavo il cellulare, se non altro perch i primi esemplari facevano molto status symbol (ed erano anche tanto grossi!) o per una finta questione di libert individuale e indipendenza. Ma adesso ci siamo dentro e non saprei come fare: non siamo cambiati noi, il mondo che cambiato! Mi chiedo, inoltre, perch dovrei continuare a pubblicare tutte le volte anch´io qualcosa di mio e non fare al contrario il redattore puro, come gli effettivi editori puri che c´erano una volta: perch sono un poeta tra i poeti (e per fortuna ci sono anche le poetesse!); e, se avete preso nota, nonostante l´evidente narcisismo della persona, da un po´ mi metto anch´io in ordine alfabetico e niente pi; cosa dovrei fare? a me mi piace cos, mettermi in mostra, approfittarne, usare la mia doppia veste: l´importante non fare del male a qualcuno!
Anticipo subito che la qualit dei testi di Inverso non pu che migliorare, nel corso del XXI secolo e il lento processo gi in atto (o in corso): prevedo per ora altri dieci anni di regolari, costanti, indiscussi miglioramenti.
Tornando alle mie lamentele: c´ dell´altro che non mi va, di Inverso? Mi d sui nervi, per citarne una, che noi quattro della redazione siamo proprio tutti e quattro dei maschi (una spiacevole coincidenza); e che siamo cos diversi tra noi eppure non litighiamo quasi mai: stressante, ci credo! convivere per dieci anni (un intero decennio) con altri tre galletti senza mai darsi una buona volta una sonora beccata sul muso e essere cos distanti come poeti e non trovare mai niente da ridire e tutto da ridere: come si fa, mi chiedo, a non calpestarsi a vicenda cos tanto, a non sfregiarsi, a non sfigurarsi nemmeno un cincin? E la nostra soggettiva e totale idiozia? E la nostra completa e spontanea incapacit?! Io me lo chiedo da un decennio (scadenza: dicembre 2006) e non ho ancora trovato una risposta.
Riandando, infine, per l´ultima volta, al mio carattere (lo voglio ricordare: piuttosto schivo), mi fa circa schifo, mi sta ormai diventando insopportabile che ci scrivano da Tuttitalia, mandandoci case (volevo dire: cose), io che da bambino sognavo di potermene restare nella mia piccola padova a scribacchiare in pace con gli amici e al massimo farmi accettare nel delta del Po (mi sarebbe piaciuto anche l´Oltrep pavese, come immagine!).
Questo, sinceramente, quello che ho pensato, l´espressione del mio pensiero, per cos dire, nell´anno delle celebrazioni inversiane.







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